Non vogliamo insegnare la bellezza. Non ne saremmo capaci.
Non abbiamo nessuna nuova teoria da presentare. Non avremmo gli strumenti per indagarla e non saremmo in grado di aggiungere alcuna novità. Non abbiamo la pretesa di farvi riflettere e lasciarvi in compagnia di scomodi interrogativi. Sappiamo solo che un giorno abbiamo cercato la bellezza, l’abbiamo intuita, poi vissuta e partecipata. Ed è quello che ci piacerebbe raccontare.
Autunno 2009.
Cerchiamo un’idea per la tesi di laurea. Un’idea altra. Diversa. Bella. Si parla di cave dismesse. Si parla di Puglia. Si decide di partire. Viaggio romantico e antico nelle intenzioni.
Partire per cercare.
Partire per trovare.
È il viaggio che vogliamo raccontare. Quello fatto di chilometri, asfalto e odore di benzina, e quello fatto di pochi passi nel terreno dopo un acquazzone. Traiettorie e incontri. Cani selvatici e pastori apolidi.
Un giorno Giulio morde un’oliva appena colta da un albero e la scopre amara, è un gusto inatteso, un sapore sconosciuto. E’ all’incirca lo stesso sapore imprevisto che abbiamo avvertito tutti e tre quando, qualche giorno dopo, abbiamo vissuto e partecipato la bellezza.
Cercando di scoprire una terra a noi sconosciuta, ci ritroviamo a sud di Lecce.
Cerchiamo la Gente.
Una mano cordiale, segnata dal tempo e saggia accarezza una zona sulla mappa, una depressione, una macchia scura, piena. Unica tra i toni usuali della terra. Guadagniamo quello spazio, lo tagliamo. Così come i vecchi pastori facevano un tempo.
Siamo circondati da uliveti a perdita d’occhio. Anche se estranei, percepiamo un meccanismo in equilibrio geometrico, lo sentiamo funzionare in silenzio nell’aria tiepida di un pomeriggio che quasi volge al termine. Potrebbe essere la perfezione, ulivi e basta, opera vera e finita.
Distratti, inciampiamo in quella che avremmo compreso solo dopo essere la nostra meta. Soggetto che unisce fine e inizio del nostro viaggio. Una cava di tufo un tempo ipogea, nascosta, bianchissima. Oggi il manto colorato che in parte la copriva è stato sollevato. Le pareti scavate, tagliate, finalmente hanno potuto toccare il cielo e liberarsi. Pareti che si materializzano alla luce, cattedrale naturale in continuo divenire. Luoghi che erano solo immaginati, intravisti da flebili bagliori, possono essere toccati, sentiti, apprezzati nella loro vellutata ruvidità.
La luce ci rotola, inciampa, cade in vibranti ombre e penombre. Il volume sacro e il materiale benedetto costruivano quel giorno lo spazio bello: residuo e riserva insieme.
La bellezza?
Crediamo di averla imparata in quegli istanti. La nostra bellezza non è di vitruviana memoria. È in una donna del Sud vestita a lutto che si esprime in un italiano infarcito da colorate ed efficaci espressioni dialettali. È nell’amaro inatteso di un’oliva. È nella notte dei Paduli e nella violenza dei picconi nel tufo. La nostra bellezza è nella sincerità di un capanno degli attrezzi e nella calce mangiata dal sole.
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fanculizzati cavalli.
RispondiEliminaLeggo questo e sono felice.
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